logopg1416(UNWEB) Riceviamo e pubblichiamo -  Come l'anno scorso, anche al termine di questa seconda edizione di Perugia 1416 è impazzata la polemica tra detrattori e sostenitori della nuova manifestazione rievocativa che anima il capoluogo umbro per tre giorni, intorno alla metà di giugno.
Due consiglieri comunali del Partito Democratico hanno addirittura inoltrato un esposto alla Procura regionale della Corte dei Conti, alla Procura della Repubblica, alla Prefettura di Perugia e all'Autorità Nazionale Anticorruzione per approfondire la questione relativa ai fondi pubblici riservati all'evento. Tra i banchi dell'opposizione locale, si parla di una cifra prossima ai 400.000 euro, che sarebbe stata erogata in due anni in favore dell'organizzazione della manifestazione. Altri ne hanno persino denunciato un presunto carattere violento e militarista, contrapponendola al XX Giugno, giorno di celebrazioni risorgimentali, o ad Umbria Jazz.

Sugli aspetti tecnici, delle cifre e dei numeri ufficiali, bisognerà dunque attendere. Tuttavia, sinceramente, ha ben poca importanza. Perché la questione vera è un'altra. Una città che nei quindici anni compresi tra il 1999 ed il 2014 ha speso, degradando i suoi quartieri all'inverosimile, milioni di euro per piani di mobilità fallimentari e progetti culturali quanto meno discutibili, ora pare dividersi su un evento che, come in tante altre città dell'Umbria e d'Italia, tenta di recuperare e valorizzare, attraverso l'incontro tra dimensione storica e dimensione ludica, una fase del passato particolarmente importante per lo sviluppo cittadino.

La tesi dominante tra chi non digerisce Perugia 1416 è che una rievocazione del genere sarebbe tipica dei piccoli borghi e delle piccole realtà, non degna di una città capoluogo. Qualcuno, evidentemente, deve essersi perso la sfilata di legionari, vestali e pretoriani, che intorno al 21 aprile calca le vie del cuore storico di Roma, per celebrare la nascita dell'Urbe. Oppure, per tornare nella realtà di provincia, la rievocazione dell'Assedio di Ferrara, ripensata qualche anno fa per commemorare, tra costumi e sfilate, la vittoria del condottiero Pinalla Aliprandi su Bertrando del Poggetto, il legato pontificio che nel 1333 tentò di sottomettere la città emiliana allo Stato della Chiesa. Per non parlare di Lucca Medievale, di Mantova Medievale o della Festa del Torrone di Cremona, che celebra il matrimonio rinascimentale tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, e tante altre ancora.

Quasi tutte le città signorili del nostro Paese, al di là del colore politico della giunta comunale in carica, organizzano rievocazioni storiche al duplice scopo di valorizzare il passato e le tradizioni locali e di attrarre turisti, sia italiani che stranieri, solitamente appassionati ed entusiasti di fronte a questi eventi. Non c'è esibizione violenta, non ci sono celebrazioni fanatiche e, per fortuna, la suddivisione del territorio sulla base dei vecchi rioni non sembra poter produrre, al di là di qualche caso isolato, acredini o tensioni tra i figuranti, specie perché molti dei perugini nati dopo gli anni Sessanta, per naturali logiche di urbanizzazione, sono vissuti e cresciuti fuori dalle mura del centro storico. Insomma, nulla a che fare con gli eccessi del Palio di Siena, dove persino la RAI, pur di accaparrarsi la diretta dell'evento, per anni ha chiuso gli occhi di fronte alle risse da taverna e ai maltrattamenti sui cavalli.

Mentre a Perugia ci si arrovellava sull'opportunità di celebrare la presa del potere da parte del condottiero Braccio Fortebracci, capostipite della Signoria (o cripto-Signoria) locale, a Firenze la polizia doveva intervenire per fermare le risse del Calcio Storico nell'arena improvvisata di Piazza Santa Croce, dove ogni anno vanno in scena vere e proprie scazzottate tra i "giocatori" delle diverse squadre. Il Sindaco Dario Nardella, successore di Matteo Renzi a Palazzo Vecchio, ha tentato recentemente di ammorbidire la prassi del "gioco" per renderlo meno violento, ma la rievocazione, voluta dal gerarca fascista Alessandro Pavolini nel 1930, pare debba andare avanti così: cruda, brutale, indiscutibile.

Il Partito Democratico tace e i suoi numerosi esponenti toscani glissano. I colleghi di partito perugini, invece, boicottano 1416 e si rivolgono alle procure. Qual è la differenza tra Firenze, Siena e Perugia? Semplice: nelle due città toscane comanda il PD, mentre in quella umbra l'idea della manifestazione celebrativa del 1416 è venuta in mente al Sindaco Andrea Romizi e alla sua giunta di centro-destra. Dunque, le prime due - violente e fanatiche - vanno bene, la terza - pacifica e festosa - no.

Attenzione, però, a non ridurre tutto all'ideologia. In primis perché nella politica europea odierna, le idee e i valori vivono, da destra a sinistra, un profondo stato comatoso generalizzato. In secondo luogo perché, dietro la logica di partito, c'è un motivo di fondo trasversale, di carattere territoriale, che riguarda l'Italia Centrale e le sue suddivisioni, tra il cuore "tosco-emiliano" di un impero fondato su certe banche, assicurazioni, università e cooperative, e la periferia, dove tutto arriva passando per il setaccio, col ghigno odioso e insopportabile dei Roberto Benigni e dei Paolo Hendel stampato sul viso.

Superati i rispettivi confini regionali, infatti, sono sempre stati in molti a volere che l'Umbria vivesse di briciole, che si accontentasse di poco e se ne stesse zitta e buona nel suo anonimato politico. Può produrre ed esportare in tutto il mondo generi alimentari, abbigliamento, macchinari, hi-tech, chimici e laminati. Può attrarre turisti e studenti da ogni luogo del pianeta. Può godere di alcuni tra i paesaggi, i monumenti e i borghi più belli d'Europa, ma senza una presenza solida di certi "poteri forti" non conta nulla. Anzi, non deve contare nulla.

Basti pensare ai miliardi pubblici riversati dal governo sul Monte dei Paschi per supplire ai disastri gestionali del passato, mentre i nostri centri terremotati non hanno ricevuto tutte le casette in legno necessarie e centinaia di sfollati vivono ancora negli alberghi dallo scorso 30 ottobre. Basti vedere quanta fatica è necessaria per convincere Governo e Trenitalia a fornire la sola Perugia di un treno ad alta velocità, quando Arezzo ha - inutilmente, diciamolo forte e chiaro - tre Frecciarossa in partenza dalla propria stazione centrale ogni giorno. Basti pensare alle peripezie dei nostri pendolari, costretti a subire le disfunzioni di un sistema di trasporto regionale che fa acqua da tutte le parti.

Di celebrazioni, allora, ce ne vorrebbero di più. Non solo 1416, ma anche 1335 e 1358. E, si spera, pure il 2020, anno delle prossime elezioni regionali.3

Andrea Fais

 

 

 

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