card bassetti cel s. messa cappella santonofrio cattedrale f2Il presule: «Il Signore mi ha fatto sperimentare che ovunque sbocciano fiori di bontà...

La gioia della Pasqua nasce nel farsi carico delle ferite di tanti uomini e donne vicini e lontani da noi».

(UNWEB) Perugia. Il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha celebrato la S. Messa della Domenica della Divina Misericordia (19 aprile) nella cappella di Sant’Onofrio della cattedrale di Perugia, trasmessa in diretta dai media e sui social, ha introdotto l’omelia raccontando la sua recente esperienza nel visitare, nel tempo del “coronavirus”, «due luoghi dove, per motivi diversi, la sofferenza umana è più acuta e più forte: l’Ospedale della Misericordia di Perugia e il Carcere di Capanne».

Luogo santo e valle di lacrime. «Ho benedetto l’ospedale, quel luogo santo dove la Croce del Signore è così viva e presente. Poi il carcere, che ti si presenta con i suoi recinti, le sue mura e con 430 persone fra uomini e donne più coloro che sono addetti ad accudirli e alla vigilanza. Un’altra valle di lacrime, di solitudine. La vita per i carcerati si è fatta ancora più pesante: non ci sono più le visite dei parenti, non sono accordati i permessi, è terminato anche quel po’ di lavoro che almeno teneva alcuni occupati. Ma il Signore mi ha fatto sperimentare che ovunque sbocciano fiori di bontà».

Esempio evangelico di condivisione. Il cardinale ha raccontato un episodio che l’«ha profondamente commosso, e che si presta – ha sottolineato –, a modo di esempio, ad essere un buon commento al brano degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato, dove si parla di comunione fraterna e di condivisione dei beni, come avveniva nella primitiva comunità cristiana. I detenuti si sono impegnati a fare una colletta per i malati dell’Ospedale: uno di loro, che aveva sul suo conto corrente tre euro, ne ha dati due. È un miracolo di bontà che si commenta da solo. Ricordate l’episodio della vedova del Vangelo? Aveva soltanto due spiccioli. Dare tutto, è da lì che comincia la carità vera, diceva don Primo Mazzolari. Certamente un gesto del genere è insignificante per il mondo, ma davanti a Dio quanto è grande! I suoi criteri di misura quanto differiscono dai nostri...».

La Divina Misericordia legata all’Umbria. Il presule ha anche ricordato che questa seconda domenica del tempo di Pasqua, «per volontà del Santo Papa Giovanni Paolo II, è anche la domenica della Divina Misericordia: invochiamola per noi e per tutta la società, e ringraziamo il Signore per aver ispirato la Beata Madre Speranza di Gesù a costruire quel grande santuario di Collevalenza che, della Misericordia divina, è evidente espressione».

La rivelazione cristiana. Il cardinale, nel commentare il Vangelo, ha evidenziato che la «rivelazione cristiana» sta nella frase di Gesù mentre appare ai discepoli: “Pace a voi”. «Vorrei che in questo annuncio del Signore Risorto, che dice tutto con la parola “pace”, ci sentissimo presenti anche noi, e soprattutto ci sentissimo presenti con tanta umiltà nella persona di Tommaso, perché lui rappresenta tutti noi nella sua incredulità. Spesso siamo duri nel credere e nel fidarci fino in fondo di Gesù».

Necessario mettere le mani sulle ferite altrui. «Non è necessario mettere le nostre mani sulle ferite di Gesù – ha commentato il cardinale avviandosi alla conclusione –, ma su quelle di tanti corpi feriti, di tante persone malate e indebolite, di tanti poveri, che incontriamo sulla nostra strada: sono loro che ci offrono la possibilità di incontrare il Signore Risorto. La vittoria sulla nostra incredulità e sulla incredulità del mondo inizia proprio da qui: ascoltare il Vangelo di Pasqua e toccare le ferite del corpo di Gesù, ancora piagato in tanti uomini e donne vicini e lontani da noi. È da qui che nasce la gioia della Pasqua. E noi, questa gioia, la vogliamo sperimentare. Anche papa Francesco, visitando per la prima volta Assisi ed incontrando gli assistiti dell’Istituto Serafico, disse: “in quei bambini ci sono le ferite, le piaghe del Corpo di Cristo”. Gesù ci affida il compito di curare tante piaghe, tante lacrime dei nostri fratelli».


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