(ASI) Perugia – In Umbria, il percorso verso l'obiettivo di costruire un ecosistema favorevole alle "startup" innovative sembra avviato nella giusta direzione, ma ha bisogno di estendersi, approfondirsi e specializzarsi. È una delle valutazioni emerse dall'indagine svolta dall'Agenzia Umbria Ricerche, nell'ambito del Rapporto economico e sociale dell'Umbria 2014, illustrata nel primo dei seminari di approfondimento del rapporto, dedicato a "Dinamiche e strategie d'impresa" che si è svolto oggi a Palazzo Donini e alla quale è intervenuto l'assessore regionale allo Sviluppo economico, Vincenzo Riommi. I lavori sono stati presieduti dal presidente dell'Agenzia Umbria Ricerche, Claudio Carnieri.


Ai fini dell'indagine dell'Aur, ha spiegato Mauro Casavecchia (dell'Area Innovazione e sviluppo locale dell'Agenzia regionale) sono state censite 42 nuove imprese innovative in Umbria, attingendo a tre fonti: startup innovative iscritte all'albo nazionale; nuove Pmi innovative finanziate dalla Regione Umbria nel 2013; imprese spin off costituite dall'Ateneo di Perugia dal 2010 in poi. Le dimensioni del fenomeno, pur ragguardevoli e in crescita, ha sottolineato, non sono tali da ritenere le startup innovative capaci, da sole, di risollevare le sorti dell'economia. Tuttavia, esse hanno un significativo impatto sulla creazione di occupazione, in particolare giovanile, e riducono la distanza tra il mondo dell'impresa e quello della ricerca scientifica.
A livello locale, oltre alla misura specificamente dedicata dalla Regione Umbria a sostenere le nuove Pmi innovative, vanno registrate svariate iniziative, ha detto Casavecchia, volte ad allargare la platea dei potenziali imprenditori, a partire dalla stimolazione della spinta imprenditoriale e della generazione di idee creative nei giovani, fino all'elaborazione e all'affinamento di un progetto d'impresa. È indispensabile lavorare per costruire un ecosistema favorevole alla crescita e al consolidamento delle esperienze realizzate in Umbria, in grado di mettere insieme la rete degli incubatori con i "venture capitalist", le grandi aziende tecnologiche, i centri di ricerca pubblici e privati, le istituzioni pubbliche.
Carlo Cipiciani, responsabile del servizio Programmazione strategica della Regione Umbria, ha analizzato il ruolo delle caratteristiche dimensionali della struttura economica e produttiva del sistema delle imprese, in particolare di quelle con meno di 9 addetti. In Umbria si registra una dimensione aziendale più bassa del resto delle ripartizioni di riferimento del Nord e del Centro, dovuta sia alla maggior presenza di imprese piccole, in particolare, di quelle micro con soli due addetti, quelle che più di tutte sembrerebbero aver subito i colpi della crisi, sia alla più bassa dimensione media di quelle con più di 10 addetti.
A ciò, ha rilevato Cipiciani, si accompagna una minore tendenza delle imprese più piccole a crescere dimensionalmente nel decennio, imprese che tendono più a "conservare" il proprio livello dimensionale che a "saltare" a livelli più elevati; un dato che forse spiega in parte anche la maggiore "resistenza" occupazionale, che però non riesce a reggere nel medio-lungo periodo. Analizzando poi la composizione dell'occupazione per età e tipologia contrattuale, la presenza nelle imprese con meno di 10 addetti di una struttura per età dell'occupazione più "anziana" che nel resto del Paese, la netta riduzione di ruoli direttivi per gli under 29 e la particolare spinta verso l'occupazione temporanea giovanile - che è stata una delle chiavi di volta del modello di sviluppo umbro e del suo sistema di piccole e piccolissime imprese - ha forse garantito la sopravvivenza di parte della base produttiva e la miglior "tenuta" occupazionale, ma ne ha probabilmente condizionato sia le spinte alla crescita dimensionale, sia al "salto" nella complessità aziendale e, probabilmente anche le sue performance economiche, con ripercussioni sui livelli di competitività e produttività dell'intero sistema economico regionale.
I dati Istat del censimento dell'Industria e servizi 2011, ha detto ancora Cipiciani, lo confermano: la "questione dimensionale" delle imprese dell'Umbria ha influenzato le performance del sistema economico-produttivo. Ma, ed è forse questa la "novità" che si ricava da questi dati, si stratifica per le diverse classi dimensionali con alcune peculiarità su cui sarà necessario riflettere, anche in sede di politiche possibili, per il futuro dell'Umbria.
Le possibili "leve" per una crescita futura sono state analizzate da Luca Ferrucci, docente del Dipartimento di Economia dell'Università di Perugia, che ha cercato di identificare le imprese che in Umbria hanno mostrato una maggiore resilienza rispetto alla crisi. Sono state selezionate 264 imprese, di cui 215 della provincia di Provincia e 49 di quella di Terni, concentrando in particolare l'analisi sulle 144 imprese resilienti operanti nell'industria e nelle costruzioni (su un totale di 960 imprese presenti in Umbria nei due settori), con un fatturato medio complessivo di 7,7 milioni di euro rispetto alle altre che conseguono solo 2 milioni. Sono stati identificati cinque differenti cluster strategici. Quello più rilevante, ha spiegato il professor Ferrucci, è quello delle imprese che competono sui costi, quasi il 40 per cento del totale; il secondo, per importanza, circa un terzo delle imprese resilienti, è quello delle imprese che perseguono strategie congiunte (quali internazionalizzazione e differenziazione).
Il terzo cluster, che copre circa il 23 per cento delle imprese selezionate, è quello delle strategie di differenziazione (che fanno leva su certificazioni di qualità dei prodotti o la dotazione di marchi). Relativamente marginali in termini di consistenza, secondo l'analisi del professor Ferrucci, sono i cluster dell'internazionalizzazione e dell'innovazione: strategie che, da sole, non sono particolarmente frequenti. "Sono state premiate – è la conclusione – soprattutto quelle imprese che hanno perseguito una strategia congiunta. Le imprese resilienti, i 'winners' della crisi, hanno dimostrato di accumulare competenze e saper conseguire performance economiche e sociali apprezzabili. È importante che i 'policy makers' promuovano e irrobustiscano queste imprese e agevolino la nascita di nuovi vincenti, sostenendo i fattori strategici che sono alla loro base: ricerca, internazionalizzazione, costituzione di marchi commerciali forti".
Fra gli interventi al seminario, quello di Simone Poledrini, docente del Dipartimento di Economia dell'Università di Perugia, che ha studiato il tema delle politiche pubbliche a supporto dei processi innovativi delle imprese umbre, anche attraverso interviste, focalizzandosi in particolare sui Poli di innovazione. Davide Castellani, del Dipartimento di Economia dell'ateneo perugino, si è soffermato sulle relazioni fra imprese, mercati e delocalizzazione mentre Antonio Picciotti, anch'egli dell'Università degli studi di Perugia, ha illustrato i risultati di una ricerca sulle nuove forme di aggregazione di impresa, mettendo in rilievo lo specifico profilo identitario delle reti di impresa umbre: medie dimensioni (con una prevalenza di reti da 4 a 10 imprese), una limitata articolazione geografica, nella maggioranza dei casi una configurazione di filiera, finalizzate a rafforzare la posizione competitiva sui mercati nazionali e internazionali. Il contributo di Raffaele Brancati, del Met Monitoraggio Economia Territorio, si è concentrato sull'evoluzione nella crisi e i processi di internazionalizzazione, mettendo in evidenza l'importanza di una politica industriale, anche regionale, che presenti un forte impegno diretto per l'internazionalizzazione e una assistenza qualificata nei rapporti tra imprese e centri di ricerca capace di sostenere e orientare sforzi finalizzati a obiettivi di mercato concreti.

Assessore riommi: rafforzare innovazione sistema Umbria
"La scelta che abbiamo fatto in Umbria e che vogliamo rafforzare è quella di spingere ulteriormente sulla leva dell'innovazione del sistema economico e produttivo, concentrando gli aiuti sui punti di forza che l'Umbria ha dimostrato di avere". È quanto ha affermato l'assessore regionale allo Sviluppo economico, Vincenzo Riommi, nel suo intervento al seminario di approfondimento sul Rapporto economico e sociale dell'Umbria 2014. "In un contesto caratterizzato da una parte da lunga crisi e dall'altra da una ridotta disponibilità di risorse pubbliche – ha sottolineato – l'intervento pubblico si dovrà orientare non tanto a incentivi per alleviare le difficoltà, ma sempre più a supporto ai processi di innovazione delle imprese umbre per le prospettive produttive, commerciali e tecnologiche, dando slancio a quelle imprese più dinamiche, che investono sul futuro, puntando sulla internazionalizzazione, la rete dei servizi, la promozione integrata e l'attrazione degli investimenti".
"L'Umbria è in testa per l'investimento pubblico nella ricerca – ha detto ancora – ma risulta invece agli ultimi posti per la quota di investimenti privati. Occorre perciò un cambio di marcia e che ognuno faccia la sua parte per rendere il sistema economico e produttivo dell'Umbria più forte e competitivo. Le risorse pubbliche dovranno infatti essere sempre più mirate al sostegno di quelle imprese eccellenti e che esprimono la vocazione strategica del territorio, che hanno programmato e programmano percorsi di crescita e sviluppo, in grado di fare da traino all'innovazione di tutto il sistema".
L'assessore Riommi si è soffermato, inoltre, sui Poli di innovazione (quattro quelli costituiti in Umbria: nei settori della Genomica, genetica e biologia; dell'Energia; della Meccatronica; dei Materiali speciali e micro-nano tecnologie) sottolineando la necessità di sviluppare la loro "mission" originale: "con le risorse regionali – ha detto – abbiamo voluto sostenere una 'rete' di imprese che condivide le qualità di ciascuna, le competenze, il trasferimento di tecnologie, trasformandoli in qualità di sistema".


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