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Politica

Presidente Confartigianato Calzaturieri Umbria e Membro Direttivo Nazionale lancia l’allarme: “Se non riaprono i negozi metà delle aziende di produzione rischiano di scomparire”

(ASI) "L’emergenza Coronavirus e il prolungato lockdown degli esercizi commerciali sta mettendo in ginocchio le aziende del comparto della moda, settore simbolo del made in Italy e trainante del manifatturiero italiano e umbro.                                                                                                      

Di Redazione Umbria Notizie Web 10 Maggio 2020 – 18:44 3 min di lettura

Presidente Confartigianato Calzaturieri Umbria e Membro Direttivo Nazionale lancia l’allarme:                                                                                                “Se non riaprono i negozi metà delle aziende di produzione rischiano di scomparire”
La denuncia: magazzini pieni di merce invenduta, i grossisti offrono il 30% in meno.
E poi c’e’ il nodo INAIL: se il dipendente si ammala, ovunque, ne risponde il datore di lavoro

calzatureumbria(ASI) "L’emergenza Coronavirus e il prolungato lockdown degli esercizi commerciali sta mettendo in ginocchio le aziende del comparto della moda, settore simbolo del made in Italy e trainante del manifatturiero italiano e umbro.
A lanciare l’allarme è il presidente umbro di Confartigianato Calzaturieri e Membro del Direttivo Nazionale all’interno della federazione della Moda, che raccoglie le imprese del settore abbigliamento, calzaturiero, tessile, sarti e stilisti, tintolavanderie.
Smacchi ricorda che le regole sul commercio, in questa Fase 2 dell’emergenza Coronavirus, non sono indifferenti alle sorti della manifattura: “I prodotti per l’abbigliamento realizzati dalle nostre aziende hanno un andamento stagionale. Al momento del lockdown eravamo pronti a consegnare gli indumenti della stagione estiva. Che ora sono tutti invenduti nei magazzini delle nostre aziende manifatturiere. La chiusura dei negozi al dettaglio ha bloccato tutto: “I grossisti offrono di acquistare con uno sconto del 20-30% la merce invenduta nei magazzini. Le aziende hanno dunque lavorato sottocosto”.
Se questa situazione si protrarrà, denuncia Smacchi, il 50% delle imprese del settore in Umbria non riaprirà. Anche perché in molti casi si tratta di terzisti, che non hanno marchi propri. E che non possono far fronte al calo di commesse.
Confartigianato lamenta le misure finora adottate dal Governo, ritenute insufficienti e spesso di difficile applicazione concreta. A cominciare da quelle contenute nel decreto liquidità: “Non è stato erogato un finanziamento alle imprese più grandi – denuncia Smacchi - . Sono stati accordati dei prestiti fino a 25mila euro, ma si tratta di una platea molto ristretta. E tra l’altro non è vero che il prestito è a tasso zero. Le banche, poi, continuano a fare la loro istruttoria”.
Smacchi valuta positivamente le misure adottate dalla Regione Umbria: “Ha consentito di raddoppiare l’importo del prestito fino a 25mila euro. Coprendo anche quel 10% di garanzia non assicurata dal Governo”.
Ma il presidente di Confartigianato Calzaturieri mette in guardia da un ulteriore rischio: “Il finanziamento aggrava la condizione di molte aziende. Perché aumenta l’indebitamento, senza annullare le tasse. In pratica, alla ripresa dell’attività si lavorerà solo per pagare le tasse e le spese che sono state rinviate”.
Per questo Confartigianato continua a chiede l’erogazione di finanziamenti a fondo perduto per risollevare i settori in crisi. E l’azzeramento delle tasse per tutto il 2020.
Smacchi avanza poi un’ulteriore proposta, sulla base di un’esperienza tedesca: “Dare la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le spese per gli acquisti di prodotti Made in Italy”.
Il presidente umbro di Confartigianato Calzaturieri del settore Moda lancia infine l’allarme su un ulteriore problema per gli imprenditori: “Ad oggi l’Inail non ha definito nuove regole per il riconoscimento delle malattie da Covid. In pratica, il datore di lavoro risponde, anche penalmente, di tutti i dipendenti che sono stati contagiati dal Coronavirus, visto che è per lui impossibile dimostrare che il contagio non sia avvenuto in azienda. Questo, tra l’altro, rischia di mettere contro dipendenti e datore di lavoro, in un momento in cui c’è invece bisogno di tutti per rilanciare la nostra economia”.

Nota della Redazione

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