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Cultura

Inaugurazione martedì alla Rocca Paolina di Perugia mostra di Andrea Lensi e Giampaolo Tomassetti

Di Redazione Umbria Notizie Web 11 Aprile 2019 – 00:05 2 min di lettura

56675133 2549021068504254 4963895554565210112 o(UMWEB) Perugia. Apparentemente Andrea Lensi e Giampaolo Tomassetti sembrano frequentare ambiti artistici molto differenti e percorrere strade divergenti, difficilmente destinate ad intersecarsi. Se, però, ci si sofferma con maggiore attenzione e partecipata intensità sulle loro opere, non ci si può non accorgere che, nonostante l’inevitabile diversità di tecniche, stilemi, vocazioni e inclinazioni, tra i due ci sono più affinità di quanto, a prima vista, non appaia.


Innanzitutto, il loro segno è volutamente opulento. Lensi non ha alcuna ritrosia ad esplicitare derivazioni che da Fortunato Depero conducono alla cosiddetta “street art” evidenziando, in modo molto marcato, quella matrice primitivista che ha contrassegnato la modernità dai fauves alla singolare esperienza dei CoBrA (soprattutto di Guillaume Corneille e Pierre Alechinsky), transitando per le avanguardie storiche. Artista versatile, predilige tratti decisi, sinuosità totemiche, figurazioni in cui motivi ancestrali sono rivisitati con ironia e toni beffardi sfondando le barriere del design pubblicitario e irridendo qualsiasi criterio utilitaristico inerente ad oggetti di uso quotidiano. Nei suoi lavori prevalgono forme serpentine e il serpente, come si sa, è un animale che popola l’universo cosmologico barocco. La sua figura è metafora dell’ellisse e, a differenza del cerchio, presuppone da un lato la scissione di un nucleo centrale, dall’altro la dilatazione assiale.
Anche in Giampaolo Tomassetti si avverte una sorta di critica sarcastica dell’esistente ma con inflessioni malinconiche e aneliti lirici che lo spingono a rivalutare la portata dell’immaginazione. In alcune recenti opere la sua poetica trova perfetta corrispondenza nei versi di Giorgio Caproni, specialmente in quelli in cui la consapevolezza della vacuità del tutto viene maggiormente espressa con accentuazioni di “calma disperazione”. I corpi, nella cui raffigurazione predomina spesso abnorme rotondità, sono come calati in scenari sospesi in cui l’indefinitezza è accentuata dall’adozione di effetti cromatici stranianti. Ed ecco, dunque, inciso su muro screpolato da mano giovanile, il contenuto di un biglietto lasciato da Caproni “prima di non andar via” culminante nell’acquisizione che la vita non è altro che un viaggiare dallo stesso allo stesso, un nietzscheano periplo dell’identico, o, detto altrimenti, un rimanere in un posto a cui non apparteniamo e mai apparterremo perché, in fondo, non vi siamo mai stati. È un’ardita ma consapevole, e nient’affatto desolante, metafora di un percorso che (da innumerevoli esistenze) continuiamo a compiere sempre alle prese con le medesime insidie, con i medesimi errori, con le infittite trame della caducità. Ed ecco, allora, che, se così stanno le cose, Lensi e Tomassetti risultano accomunati dalla straordinaria capacità di rappresentare con forme volutamente macroscopiche un mondo forgiato sull’evanescenza, in cui la materia, con le sue diramazioni, non è altro che ingannevole manifestazione d’insussistenza. Nel gioco cui siamo stati chiamati a partecipare l’unica certezza è data dall’aleatorietà di un tutto che paradossalmente si regge sul vuoto. In un simile contesto ancora una volta tornano le parole di Caproni citate da Tomassetti, ci giungono da monito: “Leone o Drago che sia,/ il fatto poco importa./ La Storia è testimonianza morta. / E vale quanto una fantasia”.

Nota della Redazione

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