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Economia

Peste suina, l'Umbria sempre più a rischio dopo i casi nella vicina provincia di Rieti e Confagricoltura torna a chiedere un cambio di passo

Di Redazione Umbria Notizie Web 11 Giugno 2022 – 19:18 3 min di lettura

Cinghiale peste suinaConfagricoltura Umbria: "Serve un cambio di passo, subito un deciso piano di contenimento dei cinghiali e sostegni economici alle aziende del comparto".

Obiettivo, prevenire i danni economici che la sola notizia della diffusione del virus tra gli allevamenti è capace di produrre, pure in Umbria.  Ecco le proposte emergenziali dell'associazione

(UNWEB) PERUGIA – "Serve un cambio di passo, subito un deciso piano di contenimento dei cinghiali e sostegni economici alle aziende del comparto. Serve mettere in campo azioni efficaci e permanenti di eradicazione del cinghiale utilizzando squadre volontarie ma è anche giunto il momento di fare ricorso a personale esperto di caccia appositamente incaricato". Così Confagricoltura Umbria dopo la notizia data dall'Istituto Zooprofilattico con i due nuovi casi di Peste Suina Africana in un piccolo allevamento nella zona rossa, istituita di recente nel Lazio, e precisamente nella vicina provincia di Rieti.

Alle porte dell'Umbria è quindi sempre più presente la PSA e la mobilità dei cinghiali rischia di mettere in crisi allevamenti e norcineria: "Un episodio grave che mette a rischio la filiera suinicola regionale e nazionale, frutto della disattenzione con la quale l'emergenza PSA è stata affrontata fino ad oggi. L'ingresso del virus nell'allevamento vicino a Roma poteva essere evitato con misure adeguate, incisive e tempestive".

Adesso, per Confagricoltura, bisogna prevenire i danni economici che la sola notizia della diffusione del virus tra gli allevamenti è capace di produrre, pure in Umbria.

"Non sono sufficienti gli interventi sin qui attivati – sottolinea Confagricoltura Umbria – che denotano lo sforzo della Regione Umbria di adottare strumenti efficaci a norme costanti. Questo significa che il commissario straordinario deve adottare efficaci disposizioni in deroga alle attuali norme sulla caccia e sulla protezione delle specie".

Prosegue Confagricoltura: "Nelle aree dove sarà necessario eliminare il cinghiale, che dal punto di vista demografico è presente in numeri enormemente superiori a quanto previsto dall'equilibrio ecologico, è necessario che tali attività siano consentite anche in battuta e non solo con la tecnica dell'aspetto e della girata. Tutte e tre le tipologie di intervento debbono poter coesistere ed essere adottate per 12 mesi l'anno per i prossimi tre anni. E ciò deve essere reso possibile in quanto non si tratta di caccia al cinghiale, attività peraltro che deve essere limitata alle sole zone vocate e con settori assegnati a rotazione alle squadre di cacciatori.

Tutto questo ci porta a dire che gli strumenti evocati oggi diventano essenziali per ricondurre la specie cinghiale in equilibrio ecologico, salvaguardare allevamenti e industrie della trasformazione, economia di importanti città come Norcia. Tutto questo porterà a salvare i raccolti dalla devastazione dovuta a questa specie e ridurre drasticamente gli incidenti che purtroppo seminano vittime umane.

Le stesse tecniche di trappolamento forse, oltre ad alimentare filiere tracciate della carne e dei prodotti a base di cinghiale, potrebbero servire abbinati alla realizzazione di ampie zone recintare in area boscata, a contenere in questi contesti il cinghiale e assegnarne la gestione di chi ha interesse alla caccia come attività ludica con i proprietari di dette aree".

È fondamentale inoltre, per l'associazione, il rilancio immediato di un deciso piano di contenimento delle comunità di cinghiali allo stato brado, primo veicolo della malattia. Parallelamente, afferma Confagricoltura, è altrettanto urgente riconoscere indennizzi adeguati agli allevatori colpiti, da versare rapidamente e in maniera equa. Inoltre, è necessario dare seguito agli incentivi destinati agli investimenti in materia di biosicurezza.

Dal ritrovamento del primo cinghiale colpito dalla PSA, lo scorso gennaio, l'export del settore suinicolo italiano sta subendo danni economici quantificabili in 20 milioni di euro al mese. Con un export di 1,5 miliardi di euro nel 2021, il volume di affari totale (produzione degli allevamenti e fatturato dell'industria di trasformazione) sfiora gli 11 miliardi. Complessivamente, l'intera filiera genera un fatturato che è pari al 5% del totale della produzione agricola nazionale e sul fatturato dell'intera industria agroalimentare italiana.

Nota della Redazione

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