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Politica

Intervista al Segretario Sumai Umbria Francesca Castellani: il valore aggiunto della Specialistica Ambulatoriale nella sanità territoriale

Di Redazione Umbria Notizie Web 14 Aprile 2026 – 07:47 4 min di lettura

castellani(ASI -UNWEB) Perugia - Dalle liste d'attesa alla fuga dei professionisti: il Segretario Regionale  del Sumai Umbria, la Dottoressa Francesca Castellani, analizza la situazione della sanoità in Umbria.

Partiamo dal tema caldo: le liste d'attesa. Spesso il dito viene puntato contro i medici e la loro produttività. Qual è la vostra posizione?

Guardi, lo dico con estrema chiarezza: i professionisti sono stanchi di essere usati come il capro espiatorio di un malfunzionamento strutturale. È diventato troppo facile indicare nello specialista la causa delle liste d'attesa. La realtà è che noi siamo l'argine che tiene in piedi il sistema, nonostante carichi di lavoro sempre più gravosi. Non si può curare un sistema malato chiedendo solo di fare più a chi è già al limite; serve una visione che oggi manca.

Se il problema non è la mancanza di volontà dei medici, dove risiede il blocco? È una questione di scelte politiche regionali?

Più che di "scelte politiche" in senso stretto, parlerei di una crisi della governance tecnica. Abbiamo l'impressione che ci sia una visione arroccata su posizioni burocratiche, perdendo il contatto con la realtà dei territori. Non basta fare delibere, bisogna conoscere i meccanismi clinici per farli funzionare.

Lei parla di "visione". Eppure, molti manager sanitari lamentano una certa difficoltà nel gestire gli specialisti ambulatoriali.

Ecco, ha toccato il punto dolente. Assistiamo a una forma di "comandite acuta" da parte di molti manager, specialmente nelle posizioni intermedie. C’è chi ancora confonde il coordinamento con il comando. La nostra è una figura giuridica specifica, convenzionata, non soggetta a suboordinazione, che richiede rispetto istituzionale e non ordini privi di strategia. Questo approccio autoritario, privo di una visione d'insieme, non fa che irrigidire il sistema invece di snellirlo.

Perché la vostra autonomia contrattuale viene vista come un ostacolo invece che come una risorsa?

Perché è più facile comandare che collaborare. Ma è un errore tragico. L'autonomia e la flessibilità contrattuale dello specialista ambulatoriale sono un valore aggiunto inestimabile per la sanità territoriale. Noi siamo il collante tra l'ospedale e il domicilio del paziente. La nostra flessibilità ci permette di adattarci ai bisogni reali della popolazione in tempi rapidi,siamo dove serviamo, cosa che un contratto rigido non potrà mai fare. Valorizzare la nostra specificità significa rendere la sanità dinamica.

Cosa chiede ai decisori politici regionali per uscire da questa impasse?

Chiediamo di essere ascoltati, non per una questione di categoria, ma per una questione di efficacia. Ogni specialista ambulatoriale incontra mediamente 80 persone a settimana. Moltiplichi questo dato per tutti i nostri iscritti: noi abbiamo il polso reale delle necessità, dei timori e delle sofferenze della gente. Sappiamo cosa non funziona perché i cittadini ce lo dicono ogni giorno in ambulatorio. Se la politica vuole davvero risolvere il problema delle liste d'attesa e del territorio, deve smettere di ascoltare solo i burocrati e iniziare a dialogare con chi la sanità la fa ogni giorno sulla pelle e con il cuore.

C’è un altro dato allarmante: la fuga dei medici dal sistema pubblico verso il privato o l'estero. Anche la specialistica ambulatoriale sta risentendo di questo fenomeno? Purtroppo sì, ed è un segnale che dovrebbe far tremare i polsi a chi gestisce la sanità regionale. Storicamente, la specialistica ambulatoriale ha rappresentato la giusta mediazione per molti colleghi: un modo per restare nel perimetro del pubblico, garantendo qualità e accessibilità, pur mantenendo quell'autonomia professionale che ci contraddistingue. Eravamo il "punto di equilibrio" del sistema. Oggi, però, questo equilibrio si è spezzato.

Cosa spinge un professionista a rinunciare alle proprie ore in convenzione proprio ora?

Non è una questione economica, o almeno non solo, ma questo ne parliamo in un’ altra intervista. I colleghi lasciano le ore perché sono soffocati da una disorganizzazione tecnica diventata insostenibile. Quando un medico si trova schiacciato tra una burocrazia cieca, manager che non comprendono il valore della nostra flessibilità e una cronica mancanza di visione strategica, alla fine sceglie di andarsene. Non scappano dal lavoro, scappano da un sistema che non li mette più in condizione di curare dignitosamente i pazienti. Se non si capisce che la nostra flessibilità contrattuale è l'ultimo baluardo per trattenere le competenze nel pubblico, resteremo con gli ambulatori vuoti e i cittadini senza risposte.

Quindi il rischio è che la "comandite" di cui parlava prima finisca per svuotare gli ambulatori?

Esattamente. Se tratti i professionisti come ingranaggi sostituibili di una macchina mal funzionante, quegli ingranaggi prima o poi si sfilano. Si rischia di perdere intelligenze e ore preziose di assistenza a causa della mancanza del rispetto per il nostro ruolo giuridico e professionale. È un lusso che la sanità territoriale non può più permettersi.

Nota della Redazione

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