Femminicidio, a Perugia il confronto di Futuro Nazionale :«Non bastano le leggi, servono prevenzione, certezza del diritto e protezione concreta delle vittime »
Presso l'Hotel San Gallo si e svolto un incontro sulle criticità della Legge 181/2025 e del nuovo articolo 577bis del Codice penale. Rinaldi: «Il successo dello Stato si misura dalle vite salvate, non dal numero delle norme introdotte». Valigi porta casi concreti e le difficoltà nella tutela delle persone offese. Falcinelli: «Il diritto penale non può diventare soltanto uno strumento simbolico»
(UNWEB) Perugia. Si è tenuto l'incontro pubblico «Analisi delle criticità della legge 181 del 02/12/2025 e del nuovo articolo 577-bis c.p. sul reato di femminicidio: Luci ed ombre», promosso dal Comitato Futuro Nazionale – Perugia Sicura. Al centro della serata la recente introduzione del femminicidio come reato autonomo: quanto sarà davvero efficace, come si rapporta alle norme penali che già esistevano e, soprattutto, quali strumenti servono per prevenire la violenza e proteggere le vittime.
A organizzare e moderare l'incontro è stato l'avvocato Luca Valigi, del Foro di Perugia. Hanno portato il loro saluto l'onorevole generale Roberto Vannacci, in video collegamento ed i saluti di Augusto Rossi, Coordinatore Regionale Umbria. Sono intervenuti l'onorevole avvocato Laura Ravetto, parlamentare di Futuro Nazionale, anche lei in videocollegamento, il professor Antonio Maria Rinaldi, della Direzione Economica di Futuro Nazionale ed ex eurodeputato, l'avvocato penalista Francesco Falcinelli e la scrittrice Francesca Totolo, autrice del libro Le vite delle donne contano.
In sala anche i vertici del movimento sul territorio: Orlando Masselli, vice Coordinatore Regionale Vicario, Andrea Mariani, Responsabile Organizzativo Regionale, Cristina Vescovi, Responsabile Tesseramento, Filiberto Franchi, Coordinatore Provinciale di Perugia, Errico Biagioli, Coordinatore Comunale di Perugia e Stefano Alunni, Responsabile del Dipartimento Sicurezza.
Tra gli interventi anche quello del giovanissimo e brillante Giuseppe Marraudino, 19 anni, Referente Comitato di Gualdo Tadino 1553. Rinaldi: «Una legge non deve limitarsi a mandare un messaggio, deve produrre risultati» Il professor Rinaldi ha affrontato il tema guardando all'efficacia delle politiche pubbliche. Ha riconosciuto la gravità della violenzacontro le donne e la necessità di punire duramente i responsabili, ma ha distinto tra l'obiettivo di una legge e gli strumenti scelti per raggiungerlo. «Non basta che un obiettivo sia giusto perché lo sia anche lo strumento scelto per raggiungerlo», ha detto, ricordando che una politica pubblica va giudicata dai risultati e non dal suo valore simbolico.
Il punto di partenza è la scelta di creare un reato autonomo di femminicidio, punito con l'ergastolo, in un ordinamento che prevedeva già aggravanti molto severe per l'omicidio. Rinaldi si è chiesto: se la particolare vulnerabilità della vittima e l'abuso di quella condizione rendono un reato più grave, perché non pensare a una tutela generale che riconosca e punisca ogni forma di sopraffazione Ha poi richiamato la certezza del diritto. Concetti come controllo, possesso, dominio e limitazione delle libertà individuali non sono semplici da definire, e a stabilirne i confini saranno i giudici, caso per caso.
Il passaggio centrale è stato però quello sulla prevenzione. «Quando arriviamo ad applicare l'ergastolo per un femminicidio, la funzione più importante dello Stato ha già fallito, perché la vittima è già morta», ha affermato. Per questo, secondo Rinaldi, bisogna chiedersi se le istituzioni sanno cogliere in tempo i segnali di pericolo, intervenire dopo una denuncia, proteggere le donne minacciate e sostenere quelle che dipendono economicamente da chi le maltratta.
«Una politica pubblica non si valuta dal numero di norme introdotte, ma dai risultati ottenuti», ha sottolineato, indicando come metri di giudizio le aggressioni impedite, i rischi individuati e le vittime messe davvero in sicurezza. Ha chiuso con una domanda che ha riassunto il senso dell'intero incontro: «La domanda decisiva non è soltanto quale pena infliggeremo all'assassino. La domanda che viene prima è un'altra: che cosa dobbiamo fare perché quella donna non venga uccisa?»
Valigi: «Le criticità emergono soprattutto quando la protezione deve diventare concreta» L'avvocato Valigi ha portato esperienze maturate in procedimenti per omicidio, atti persecutori e altri gravi reati contro le persone offese. Ha ricordato un procedimento per omicidio avvenuto a Spoleto, per fatti precedenti alla nuova disciplina sul femminicidio, chiuso in primo grado con una condanna all'ergastolo. Per Valigi è la prova che l'ordinamento aveva già strumenti sanzionatori molto severi.
Si è poi soffermato su altri casi, di stalking e incendio, per mostrare le difficoltà che si incontrano nell'applicare davvero le misure di protezione. In uno di questi, secondo quanto riferito dal legale, il procedimento sarebbe ancora in fase istruttoria dopo circa tre anni, nonostante la necessità di tempi rapidi a tutela delle vittime. Valigi ha parlato anche di presunte violazioni ripetute del divieto di avvicinamento e delle prescrizioni sul braccialetto elettronico, che avrebbero accresciuto la preoccupazione della persona offesa.
Un altro caso riguarda una giovane, minorenne all'epoca dei fatti denunciati, per la quale sarebbero state chieste misure di protezione dopo condotte riconducibili agli atti persecutori. Al momento del suo intervento, ha riferito il professionista, non sarebbe ancora arrivata una risposta, mentre la ragazza avrebbe continuato a ricevere messaggi indesiderati. Nel rispetto della riservatezza delle persone coinvolte e della presunzione di innocenza, Valigi ha usato questi esempi per porre una questione concreta: gli strumenti di tutela previsti dalla legge sono davvero tempestivi ed efficaci? Ha poi girato la domanda all'avvocato Falcinelli, chiedendogli delle criticità della normativa e della capacità del sistema giudiziario di proteggere le donne vittime di reati gravi.
Il tema emerso con più forza è la distanza che può esserci tra una tutela scritta nella legge e la sua applicazione quotidiana.
Falcinelli: «Il rischio è un diritto penale simbolico che non interviene sulle cause della violenza» L'avvocato Falcinelli ha approfondito le implicazioni giuridiche del nuovo reato partendo dal cosiddetto «diritto penale simbolico». Secondo lui il legislatore tende sempre più spesso a rispondere ai problemi sociali complessi con nuovi reati o pene più severe: una risposta che l'opinione pubblica vede subito, ma che non garantisce risultati sul piano della prevenzione.
L'ergastolo, ha spiegato, non basta da solo a prevenire il femminicidio, soprattutto nei casi in cui l'autore si toglie poi la vita, e la minaccia della pena perde così gran parte del suo effetto deterrente.
Falcinelli ha richiamato la Convenzione di Istanbul, che si regge su quattro pilastri: prevenzione, protezione, perseguimento dei responsabili e politiche integrate. Il rischio, a suo giudizio, è che si guardi quasi solo alla repressione, lasciando indietro gli interventi educativi, sociali e culturali necessari per colpire le radici della violenza. In questo quadro ha ricordato il ruolo di famiglia e scuola nel promuovere il rispetto reciproco, il dialogo e una gestione non violenta dei conflitti.
Sul piano strettamente giuridico, ha ricordato che gli articoli 575, 576 e 577 del Codice penale prevedevano già, prima della riforma, un sistema articolato di sanzioni e aggravanti, con l'ergastolo possibile in determinati casi. Con il nuovo articolo 577-bis nascono quindi dubbi sul rapporto tra il reato autonomo e le norme preesistenti, con possibili problemi di interpretazione e applicazione.
La questione, ha precisato, non è ammorbidire la risposta penale, ma chiedersi quale sia il reale valore aggiunto della nuova disciplina. Il contrasto alla violenza contro le donne non può ridursi alla repressione: servono prevenzione, protezione e investimenti educativi e culturali.
Una priorità condivisa: proteggere le vittime prima che sia troppo tardi.
Dagli interventi è emersa una linea comune. Nessuno mette in discussione la gravità della violenza contro le donne né la necessità di una risposta penale severa verso i responsabili. Il nodo è la capacità dello Stato di prevenire e di proteggere in tempo chi si trova esposto al rischio. La nuova disciplina solleva questioni che meritano un approfondimento giuridico e istituzionale, sia sulla certezza e coerenza delle norme sia sull'efficacia delle politiche pubbliche. Tra le priorità indicate: rafforzare gli strumenti di protezione, intervenire con tempestività, rendere effettive le misure cautelari, sostenere le vittime e investire nella prevenzione educativa, sociale e culturale.
Con l'incontro il Comitato Futuro Nazionale – Perugia Sicura ha voluto dare un contributo al dibattito pubblico su un tema molto delicato, mettendo a confronto competenze giuridiche, economiche e istituzionali. L'obiettivo non è mettere in discussione la tutela delle donne, ma capire come renderla più efficace. Perché il contrasto al femminicidio non si misura solo dalla durezza delle pene, ma soprattutto dalla capacità di impedire che la violenza diventi tragedia. Prevenire, proteggere e intervenire in tempo: è su questo che si giudica l'azione dello Stato.
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